Se si pronuncia la combinazione di parole "Potenza Brutale", la mente vola al brivido ingegneristico delle due ruote: la MV Agusta Brutale 800 RR. Ma quando questa espressione viene sviscerata da un architetto, il concetto si spoglia della lamiera e della velocità per diventare una profonda analisi filosofica, sociale e urbanistica. Ne abbiamo parlato con l’architetto Michele Graziadei, in un viaggio intellettuale che parte dalla semantica delle parole e arriva dritto al cuore della città di Potenza.
"Se alla parola 'potenza' aggiungiamo l'articolo determinativo, i riferimenti diventano subito fisici e matematici", esordisce Graziadei. "La fisica ci parla di watt e lavoro nel tempo; la matematica ci incastra in complessi giochi di basi ed esponenti. Ma esiste anche la potenza del pensiero e, soprattutto, la potenza dell'informazione”.
È proprio a quest'ultima che l'architetto associa per prima l'aggettivo "brutale". Un'informazione che bombarda, condiziona e annulla il libero arbitrio, contagiando anche i minori, ormai intrappolati in una confusione perenne tra reale e virtuale, dove tutto è già "pronto e impacchettato".
Da qui, l'analisi si sposta inevitabilmente sul termine brutale. Se nel linguaggio comune evoca ciò che è privo di ragione, violento o esteticamente sgradevole, nella storia dell'architettura il termine assume un significato radicalmente diverso.
“Non dobbiamo dimenticare che da 'bruto' deriva il ‘Brutalismo’ ", spiega l'architetto. "Un movimento nato in Gran Bretagna intorno al 1950 che non significava 'brutto', ma derivava dal béton brut (il calcestruzzo grezzo a faccia vista). Era un'architettura che metteva a nudo i materiali – cemento, vetro, mattone, acciaio – senza mediazioni formali, lasciando persino gli impianti a vista. Un po' come l'Art Brut di Dubuffet o la pittura informale di Pollock: un'arte spontanea, che si opponeva all'accademismo".
Cosa succede, però, se togliamo l’articolo "la" e lasciamo che la parola "potenza" si sposi con il nome proprio del capoluogo lucano? Il binomio Potenza brutale si trasforma in uno specchio urbano.
"In questo caso, purtroppo, il binomio ci rimanda a una città che spesso percepiamo come malfatta, inospitale, ostile", spiega Graziadei. "E non perché abbondi di capolavori del Brutalismo architettonico. Potenza è brutale per le cose che ci sono e, ancor di più, per quelle che mancano. Cose che determinano una diffusa carenza di qualità urbana".
L'architetto ripercorre le tappe di una crescita caotica: l’urbanesimo sfrenato degli anni '70, le devastazioni edilizie, la speculazione che ha letteralmente "nascosto" il centro storico dietro una cortina di palazzi di cemento. Una città priva di una vera piazza aggregativa e dove il centro storico, nonostante la ricostruzione post-sisma dell'80 e i costosi percorsi meccanizzati, stenta a trovare una sua identità culturale e commerciale.
L'ex cinema Ariston, che da oltre quarant'anni incombe su via Mazzini. Il Covo degli Arditi e l'ex Istituto di Igiene e Profilassi, con lo sventramento dei Tre Cancelli rimasto congelato dal 1980.
L’ex caserma dei Vigili del Fuoco a San Rocco, ridotta a rudere nel pieno centro cittadino.
La centrale Enel di via del Gallitello e lo stabilimento Sider Potenza, giganti industriali ormai inglobati nel tessuto urbano senza piani concreti di delocalizzazione.
A questo si aggiunge la perdita dell'identità verde e azzurra della città: "Potenza un tempo era rinomata per i suoi giardini e per le sue acque. Oggi siamo la città dell'erba secca che cresce sui marciapiedi. Abbiamo censito oltre 50 tra fontane e lavatoi: versano tutti in uno stato di completo abbandono, persino quella recentissima del sottopasso di via di Giura, frutto di un concorso nazionale e mai inaugurata. Dobbiamo convincerci che la città capoluogo non appartiene solo ai potentini, ma a tutti i lucani. Le sue vie e i suoi edifici raccontano chi siamo. La sua caratterizzazione urbana è un giudizio che coinvolge ogni livello di governo, ma anche ogni singolo cittadino. Nessuno può tirarsi fuori dalle responsabilità".
Il rischio reale, avverte l'architetto, è lo spopolamento. Se l'urbanistica organizza e l'architettura dà qualità, la loro assenza spinge i giovani e intere famiglie ad andarsene per mancanza di lavoro e di spazi di inclusione.
Andiamo quindi avanti rassegnati? "Nella maniera più assoluta no", risponde con fermezza Graziadei, facendo emergere quello che definisce l'ottimismo della speranza progettuale, tipico di chi fa il suo mestiere, ma soprattutto dell'amore per le proprie radici.
"Questa città è così anche perché ce la meritiamo, perché direttamente o indirettamente abbiamo contribuito a renderla tale. Conosciamo i suoi difetti, abbiamo provato vergogna per gli errori commessi e ora dobbiamo chiedere scusa ai nostri figli per quello che non abbiamo fatto. Ma ora abbiamo la consapevolezza. Proviamo a credere che tutto sia possibile. Dotiamoci di una grande, positiva 'brutalità': intesa come una forza interiore capace di erogare il massimo della potenza per avviare, tutti insieme, un nuovo Rinascimento per Potenza. Dimostriamo che qui, 'brutale', può finalmente diventare sinonimo di forza, decisionismo e operatività".




