Nessun trucco, nessun abbellimento. Aggrappato ai fianchi della montagna, il "Serpentone" di Potenza è lì da più di cinquant'anni: un blocco di cemento che frantuma l'orizzonte per ricordarci chi siamo. Questo gigante grigio dimostra che la vera bellezza non ha bisogno di facciate patinate. È l'estetica dell'ordinario, la normalità brutale di una città che graffia il cielo con la sola forza della materia.
Lungo circa mezzo chilometro, alto quaranta metri. Una spina dorsale di cemento armato a vista che asseconda, con brutale armonia, la morfologia sinuosa del Rione Cocuzzo. Più che un complesso residenziale, un manifesto vivente del brutalismo nostrano: moduli a schiera e oltre cento appartamenti che rivendicano la propria possanza visiva, dominando il panorama urbano come un rettile preistorico pietrificato nel tempo.
Per decenni relegato a simbolo di isolamento e problematiche sociali, il Serpentone rappresenta il grado zero dell'autenticità. Un invito a trovare la bellezza nell'ordinario, l'emozione nella crudezza della pietra che diventa una nuova tela per raccontare una storia di resistenza urbana.
Il quartiere non dimentica le sue cicatrici, ma nel tempo le ha trasformate in simboli di libertà creativa e nuovi valori artistici.
Il gigante di cemento si erge fiero. Scomodo, imponente, sincero.
Brutale. Proprio come noi.




